Roma, 18 nov. (Apcom) - Il passo indietro di Antonio Di Pietro, il ritorno in campo di Gianni Letta e la possibilità di un nuovo accordo complessivo sulla Rai: sarebbero questi i fattori decisivi che hanno permesso a Walter Veltroni di riacciuffare le fila di una partita che sembrava persa, e malamente. Non che la vicenda non lasci ammaccature anche sul segretario democratico, ma l'esito che si va profilando, Sergio Zavoli presidente della Vigilanza e il 'ribelle' Riccardo Villari isolato, sbroglia una vicenda che stava facendo da detonatore per i tanti malumori che covano nel Pd, come dimostra anche l'intervista di questa mattina a Nicola Latorre sul Corriere. Intervista che, raccontano, Veltroni non ha accolto affatto bene, anzi il segretario viene descritto da chi lo ha sentito "irritatissimo" e sorpreso nel sentire un vice-presidente del gruppo che ritiene che non sia necessario prendere provvedimenti nei confronti di un parlamentare che ha trattato di nascosto con lo schieramento avversario.
Qualche fedelissimo del segretario arriva ad invocare una "riflessione" sui rapporti tra le correnti, ma lo scontro interno per ora resta sullo sfondo. La vicenda Rai, del resto, è ancora da perfezionare, perché se su Zavoli è arrivato l'ok di Silvio Berlusconi ("Perfetto", ha commentato Veltroni leggendo le agenzie con le dichiarazioni del premier) resta ancora da capire quando Villari prenderà atto della nuova situazione e c'è poi da affrontare la distribuzione dei posti nel cda della tv pubblica.
Di Pietro, con il gesto di oggi, avrebbe guadagnato il diritto a rivendicare un posto, mentre quello che viene chiamato lo 'schema-Gentiloni' prevedeva un posto all'Udc e due al Pd dei tre spettanti all'opposizione. In pratica, se il Pd dovesse rinunciare ad un nome si aprirebbe una nuova partita interna tra Gianni Borgna, uomo che dovrebbe entrare nel cda in quota-Veltroni, e Nino Rizzo-Nervo, già consigliere d'amministrazione e candidato alla riconferma. Ma, secondo alcune voci, Di Pietro potrebbe scegliere di restare fuori anche dal cda, fedele alla linea di chi non vuole avere incarichi 'nel Palazzo'.
C'è poi la partita del presidente e del direttore generale, che già a inizio settembre aveva trovato una soluzione con il ticket Pietro Calabrese-Stefano Parisi e che venne stoppata dalla ribellione di gran parte del Pd, refrattario all'idea di avere un presidente così slegato dal partito. Tutti giurano, ufficialmente e ufficiosamente, che di questo si parlerà in seguito, ma secondo alcuni uomini-Rai del Pd è improbabile che gli stessi protagonisti dell'accordo di inizio settembre, Veltroni e Letta, non siano tornati sull'argomento.
Tanto più, si ragiona in casa democratica, che adesso, con Zavoli presidente della Vigilanza, sarebbe più difficile chiedere un presidente Rai targato ugualmente Pd come Claudio Petruccioli, che molti vorrebbero confermare. Senza contare che lo sblocco dell'impasse in Vigilanza restringe i margini di manovra per chi volesse ostacolare l'intesa.
Quello che appare chiaro è che sulla Rai si è giocata una dura partita interna al Pd. "Se si fosse accettato l'accordo di settembre - ragionano al Nazareno - sarebbe stato eletto Orlando alla Vigilanza". Esattamente quello che molti, tutti coloro che hanno da sempre osteggiato l'alleanza con Idv, da Massimo D'Alema a Francesco Rutelli a molti ex Ppi, anche vicini a Veltroni, non volevano. Così come è stato esplicito oggi Latorre nel definire "logori" i rapporti con Di Pietro. Molti dei democratici iscritti a ReD, oggi pomeriggio, erano preoccupati che l'intervista del vice-presidente del gruppo a palazzo Madama avesse di fatto dato argomenti a chi, in questi giorni, ha sospettato una sponda dell'area dalemiana a Villari. "E invecenon è così", assicurava oggi uno dei dirigenti di ReD. "D'Alema non c'entra niente".
E' chiaro però che i sospetti reciproci sono ormai incontrollabili nel Pd, come le insofferenze. Anna Finocchiaro, tra gli altri, è assai poco contenta del fatto che probabilmente non si riuscirà a prendere sanzioni efficaci contro Villari, una volta risolta tutta la faccenda. E anche uno come Franco Marini, che pure non condivide al cento per cento la gestione di Veltroni, ritiene un errore aver dato una sponda, o aver dato anche solo l'impressione di dare una sponda a Villari. Forse la "riflessione" invocata dai veltroniani più accesi non ci sarà, ma i rapporti interni sembrano ogni giorno più logori.





Ci risiamo. Chi proprio non ha digerito l'Editto Bulgaro, se ne dovrà sorbire, ahimè, un altro.











Le vicende di cronaca che hanno scosso l'opinione pubblica in questi ultimi giorni sono entrambi gravi.


